Piccole storie necessarie

Storie minime, giorni veri.

Scrivo per fermare quello che passa.
Le storie che scorrono senza essere notate. Quelle che tengono insieme i giorni.

Tra libri, ricordi e vita quotidiana.

Due gradi sotto zero, una nebbia che ti gela il respiro ma stamattina abbiamo deciso di andare a vedere questa casa del ‘500 a poco più di 5 chilometri dal paese. Questa parte della campagna la conosciamo poco ma è bella e ci sono scorci che meritano una visita, magari meglio in primavera. La casa è sulla strada, rossa, imponente. Mostra il retro e solo entrando nell’area cortiliva si riescono a vedere le fattezze della tipica casa di campagna di una famiglia abbiente: simile a molte altre nella nostra campagna bolognese, più o meno nobili o antiche.

È una targa in arenaria, datata 1557 che attribuisce la costruzione a Laurentius Magnanius Ludovico Filius. L’edificio ha il tetto spiovente, con la divisione in due piani e ripete il modello delle case rurali della nostra pianura dal Trecento in poi: la larga facciata è ingentilita al centro da una bifora, il cui davanzale è sottolineato da un fregio di mattoni a mensolette. La corte ha un pozzo, il forno, la stalla e il fienile ancora tutti operativi. Chiediamo al proprietario che abita di fianco se la possiamo fotografare e ci risponde che se vogliamo possiamo vederla anche all’interno. Non ci pare vero. Mentre entriamo ci racconta una storia di famiglia che lo vede bambino in questa casa, che prima di lui era stata dei suoi genitori e dei suoi nonni. Lui solo però è riuscito a riscattarla. E’ un uomo ancora giovane e gestisce un’importante attività agricola e di produzione latte. “Il mio latte è risultato il migliore del consorzio quest’anno”. Dice con malcelato orgoglio. Ci congratuliamo perché siamo davvero contenti che questo signore caparbio abbia avuto tale soddisfazione! Ci racconta di come questa casa sia piena di ricordi della sua infanzia, della sua camera all’ultimo piano così’ fredda che neanche “il prete e la suora” riuscivano a scaldare le coperte. Ci dice in dialetto che si ghiacciava la pipi nell’urinario dal freddo e che se uno si ammalava doveva passare una settimana dentro il letto senza mai muoversi perché se scendeva per andarsene in giro sarebbe sicuramente morto congelato. Al muro immagini dell’epoca, vecchi oggetti d’uso comune, ricordi.

Ci racconta di come sua nonna aveva cresciuto, oltre a loro, anche certi cuginetti rimasti orfani e ci mostra un grande stanzone dove “pareva di essere in collegio c’era una gran fila di lettini con tanti bimbi che dormivano insieme”. E sembra ancora di sentirli quei piccoli che bisbigliano prima di dormire e crescono accolti nella grande famiglia, corrono per le scale strette dai gradini altissimi e si affacciano alle finestre che guardano sulla campagna e innondano di luce tutta la casa. Qualche cenno distratto ai nobili proprietari a cui nulla importava della casa e della terra, se non la rendita e alla fine l’occasione di liberarsene per sempre. E continua a raccontare la storia gli oggetti, delle tante stanze e quella delle generazioni che l’hanno abitata. Noi che eravamo venuti solo per vedere un edificio antico ci troviamo coinvolti in una narrazione che assomiglia un po’ a tutte le altre della nostra gente di campagna. Il grande camino che vedeva tutti raccolti davanti al fuoco la sera, il raccolto, le mucche, le galline, le nascite e le morti, tutte assorbite da queste mure spesse come piloni, disperse nei soffitti alti delle mansarde, fra le travi originali che sembrano non aver subito l’oltraggio degli anni. “Ci ho rifatto solo il tetto”, ci informa quando chiediamo se intende ristrutturarla. “Non potevo mica rischiare che venisse giù la casa di famiglia! Certo che mi piacerebbe restaurarla ma ci vogliono milioni e poi c’è la soprintendenza , le belle arti….Ci vogliono i fondi europei. Sapete mica che ci sono dei fondi europei?”. Io gli assicuro che mi informerò, mi sento in dovere di difendere questa casa e la sua storia. A fianco, nell’altra area cortiliva c’è una bella casa moderna. “Noi abitiamo lì” ci dice casomai avessimo avuto qualche dubbio “Ma la mia casa è sempre questa “ conclude accennando a quella da cui siamo appena usciti. Se solo ci fosse un po’ più di sole oggi, le pietre rosse svelerebbero tutta la bellezza di questa antica dimora anche se il suo vero valore non è tanto quello storico, ma i ricordi che racchiude. Le storie delle persone sono molto più importanti delle bifore e delle targhe commemorative e qui c’è la memoria di una famiglia che ha reso la grande casa custode di tutte le loro vite.

“La casa sul confine dei ricordi

La stessa sempre, come tu la sai

E tu ricerchi là le tue radici

Se vuoi capire l’anima che hai”

Radici – Francesco Guccini

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