
Ci sono periodi in cui si lavora senza avere la minima certezza di stare davvero andando da qualche parte. Si scrivono pagine, si prendono appunti, si inseguono idee. Poi si lascia tutto lì. Si ricomincia. Si cambia strada. Una, due, anche tre volte. Percorri un sentiero, annusi le tracce e scopri che non sono quelle che devi seguire. Allora torni indietro, cancellando la pista. E naturalmente, nei momenti peggiori, si arriva alla conclusione più semplice: non è ricerca, è pigrizia. Non è incubazione, è inconcludenza. E invece certe cose hanno tempi tutti loro. Continuano a muoversi anche quando sembrano ferme. Mettono radici mentre tu sei convinta di aver prodotto soltanto frammenti. Poi arriva una giornata in cui scrivi e senti che qualcosa è cambiato. Non perché sia diventato improvvisamente facile. Ma perché riconosci la strada. Tutti quei frammenti apparentemente scollegati hanno trovato il loro posto e, comprendi come vuoi raccontare quello che da tanto tempo ti parla dentro. Una sensazione strana, quasi sproporzionata: un misto di eccitazione e paura. Perché quando finalmente ritrovi quella voce, capisci anche che non puoi più far finta di niente. La scrittura è tornata a reclamare il suo spazio. E sai benissimo che, da questo momento in poi, non accetterà più scuse.

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