Piccole storie necessarie

Storie minime, giorni veri.

Scrivo per fermare quello che passa.
Le storie che scorrono senza essere notate. Quelle che tengono insieme i giorni.

Tra libri, ricordi e vita quotidiana.

Guccini è morto. Non è vero, Guccini è vivo e vegeto. Nei ricordi di noi sessantenni, quelli che hanno riempito – da bravi boomer – le bacheche dei profili Facebook, ma anche nelle Storie Instagram dei più giovani, e dei giovanissimi, quelli che lo hanno scoperto dalle musicassette gracchianti dei nonni, da qualche vinile sopravvissuto, da cd usurati dei genitori.

Un uomo per tutte le stagioni della vita Guccini, questo dicono gli ennemila messaggi di tenerezza e rimpianto che popolano il web e i giornali.

Tenerezza, rimpianto, nostalgia. E stupore. Come se in fondo, avessimo pensato che Francesco potesse vivere per sempre.

D’accordo, Dio è morto. Ma perché doveva morire anche lui?

Guccini e Bologna, binomio indissolubile. Da ragazzi degli anni 60 e 70, ne eravamo orgogliosi e gelosi. Gli altri avevano Venditti, De Gregori, De Andrè e Conte. Noi avevamo Guccini, Dalla e Lolli ( per i più raffinati). Eppure Guccini è stato un po’ di tutti, per il suo modo di narrare, parlare e condividere emozioni su cui nessuno aveva il copyright. Trasversale, no gender, anzi, con una particolare sensibilità per l’universo femminile. Come in Piccola storia ignobile. Un’amica ieri mi ha scritto “ E’ tutto il giorno che ascolto Guccini. Proprio la colonna sonora della nostra vita. Quando è partita Piccola storia ignobile mi sono venute le lacrime agli occhi. Quando dissi a mia madre che ero incinta, avevo ventenni, e che avrei abortito. Lei mi disse ” Sarà proprio come nella canzone di Guccini ( e chi l’avrebbe mai immaginato che lo ascoltava anche lei) . Meno male che tuo padre non lo saprà mai. “

Anche mia madre ascoltava Guccini, amava in modo particolare La locomotiva perchè le ricordava suo padre ferroviere , la vita grama fra le due guerre. Mio padre invece, spirito ribelle e oppositivo, adorava L’Avvelenata. Pensava fosse un manifesto rivoluzionario il che, detto da lui, liberale e centrista, era tutto un programma. Si arrabbiò moltissimo quando Marco Masini scrisse “Vaffanculo”, disse che aveva copiato Guccini e che la sua canzone non diceva niente. Perché un conto è mandare affanculo il sistema, un altro i genitori.

Ho conosciuto Guccini a 16 anni, quando i miei gusti musicali da capra mi facevano ascoltare solo Barry White e gli Abba. Poi incontrai un ragazzo che mi fece ascoltare La locomotiva e mi registrò la cassetta – a quel tempo si usava così, era una specie di dichiarazione di amore sonora – di Radici. Lo consumai a forza di ascoltarla ed entrai trionfalmente nel mondo della canzone di autore italiana. Seguirono, in rapida successione, De Gregori, De Andrè, Lolli, il Sorrenti di “Vorrei incontrarti” ed altri più o meno noti.

Per anni Guccini ha accompagnato la mia vita, le mie stagioni.

La Locomotiva e la ribellione. L’Avvelenata, ed io che veramente ero “della razza mia il primo che ho studiato”. Auschwitz e la consapevolezza. In morte di un’amica, le perdite dolorose e inaspettate. Don Chisciotte per continuare ad alimentare i sogni. Bologna, l’orgoglio per la mia città.

Se Dalla era poesia, pennellate di parole e note che facevano riaffiorare emozioni e desideri, Guccini era tante storie, le nostre, di cui sembrava essere custode a nostra insaputa, raccontate con schiaffi e carezze per renderti consapevole.

Non saprei dire quale sia la mia canzone preferita, quella che continuerò a canticchiare a mezza voce per i prossimi sei mesi. D’istinto mi vengono l’Avvelenata e La Locomotiva ma se ci penso bene, credo che quella che continua a toccare le mie corde più profonde sia Incontro. Sì, forse è proprio Incontro a contenere tutto Guccini, e forse contiene anche noi. Una storia d’amore e di vita. Il sapore dolce della tristezza, che avvolge come miele, e poi, improvvisa, la violenza del suicidio alla vigilia di Natale. Il tempo che è passato, quello che ci ha cambiati, le persone che abbiamo perduto e quelle che, chissà come, continuano ad abitare dentro di noi.

Noi che ieri, leggendo che era morto, abbiamo provato per un istante l’assurdo stupore di chi scopre che può finire qualcosa che credeva sarebbe rimasto lì per sempre.

Poi abbiamo rimesso una canzone. E Guccini era ancora lì.

E io che ancora non ho capito quale sia il colore della nostalgia…

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