Piccole storie necessarie

Storie minime, giorni veri.

Scrivo per fermare quello che passa.
Le storie che scorrono senza essere notate. Quelle che tengono insieme i giorni.

Tra libri, ricordi e vita quotidiana.

I libri usati non sono mai soli

Mi piace comprare libri usati. Non solo perché appartengo alla categoria di quelli malati della meravigliosa patologia che i giapponesi definiscono tsundoku, cioè comprare libri, accumularli, non leggerli e provare comunque gioia solo per la loro presenza.

Amo i libri usati perché mi piace trovarci dentro l’anima di chi li ha posseduti prima di me. Come le sottolineature, su cui mi scervello per comprendere cosa quella frase, quell’inciso, o anche solo quella parola possano aver significato per chi ha comprato il libro e lo ha letto.

A volte ho un’illuminazione e riesco a cogliere il senso di un discreto segno a matita, di un tratto di evidenziatore o di una serie di punti esclamativi che urlano a margine di un periodo. Mi sembra di entrare in una specie di gruppo di lettura esclusivo, composto solo da me e dal precedente proprietario, per condividere le reciproche impressioni tramite segnali segreti da interpretare.

A volte trovo spiegazzamenti incomprensibili, orecchie impietose lasciate lì come segnalibro, o forse solo perché quella pagina deve essere assolutamente riletta per comprendere il messaggio che ha voluto lasciare. Lo faccio spesso anche io.

Poi c’è tutta una serie di macchie da interpretare, che immagino testimonino le abitudini di lettura di chi mi ha preceduto: macchie di caffè, di chi legge al mattino mentre fa colazione, ditate di inchiostro, una volta persino una pedata di un piede — piccolo — forse il passaggio di un bambino durante una lettura all’aperto.

Ho trovato anche briciole, individuate come pane o biscotti, che mi hanno fatto simpatizzare con chi le ha lasciate perché, ancora una volta, anche io spesso mangio mentre leggo. Sono sicura che queste ultime tracce faranno inorridire parecchi puristi. Così come le orecchie e le sottolineature.

Poi ci sono i segnalibri, di ogni genere, forma, materia. Fiori secchi, foglie autunnali ma anche cartoline, santini, biglietti di treni o metro, ritagli di riviste, cartine di caramelle o cioccolatini, scontrini, cartellini di vestiti, promemoria di visite mediche, vecchie foto. Queste ultime sono le mie preferite.

Una volta ho trovato persino un laccio di scarpe: piatto, bianco, di quelli da sneakers. Ho immaginato che la necessità di segnare la pagina dove si era arrivati a leggere fosse così urgente da giustificare la stranezza.

I libri usati dialogano e insegnano, un po’ come il manuale di pozioni che il Principe Mezzosangue, Severus Piton, lasciò nell’armadio della scuola e finì in mano ad Harry Potter, facendolo diventare il primo della classe.

Molti classici riportano le riflessioni di qualche studente, pizzini esplicativi che non manco mai di leggere. C’è sempre qualche nuovo spunto da cogliere in quelle parole vergate da chissà chi.

Poi ci sono le dediche. Si potrebbe scrivere un libro sulla liricità di alcune dediche, con tanto di luogo e data. Alcune sono molto vecchie, non lo dice solo la data ma anche il modo di esprimersi. Chi augurerebbe adesso a una ragazza “che questo dono ti apra la strada verso un futuro virtuoso” o a un amico “che possa portare pace nel tuo animo incerto”?

C’è malinconia nel trovare libri usati con queste dediche così affettuose: fa pensare che chi lo ha ricevuto in dono non lo abbia trovato così importante da conservarlo con amore, oppure che qualcuno lo abbia buttato al posto suo, magari perché il proprietario non c’è più.

Anche i libri usati hanno un loro odore, che ha la stessa dignità di quello afrodisiaco di quelli freschi di stampa. È difficile trovarne uno che sia davvero disturbante: sanno un po’ di muffa, di libreria chiusa da tempo, di polvere, di colla vecchia. Alcuni sanno di buono.

Ho letto che quando i vecchi libri si degradano rilasciano molecole aromatiche come la benzaldeide, che ha un aroma simile alla mandorla e alla vaniglia.

I libri usati portano con sé una vita precedente, fatta di gesti minimi e di presenze invisibili. Li leggo così: ascoltando non solo le parole dell’autore, ma anche quelle di chi è passato prima.

Perché in fondo leggere è questo: condividere il tempo, anche con chi non incontreremo mai.

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